Agosto continua e noi arriviamo alla terza e ultima tappa del nostro viaggio estivo.
Siamo arrivati al numero 147 della newsletter Ellycode e all’ultimo appuntamento di Fuori Dashboard, il format con cui per tre settimane abbiamo cercato dati, Business Intelligence e Intelligenza Artificiale nel cinema, nella musica e nella letteratura.
Siamo partiti dal campo da baseball di Moneyball, dove i dati hanno messo in discussione convinzioni considerate intoccabili. Poi siamo entrati in studio con i Daft Punk, scoprendo che la tecnologia acquista valore quando incontra una storia, una competenza e un’identità.
Per l’ultima tappa dobbiamo spingerci un po’ più lontano. Nello spazio, per la precisione, insieme ad Arthur Dent, Ford Prefect, un androide perennemente depresso e uno degli oggetti più utili che si possano portare in viaggio: un asciugamano.
Parliamo della Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams.
Ma prima di lasciare la Terra, come sempre apriamo Spotify e recuperiamo un brano dalla nostra playlist Data Grooves:
🎵 “Don’t Panic” — Coldplay (2000)
Due parole che nella Guida galattica compaiono sulla copertina del libro più importante dell’universo, scritte in caratteri grandi e rassicuranti. Un consiglio utile per attraversare lo spazio e, probabilmente, anche per aprire una dashboard il lunedì mattina.
La risposta è 42. Ma qual era la domanda?
A un certo punto della storia, una civiltà estremamente avanzata costruisce un supercomputer chiamato Pensiero Profondo e gli affida un compito piuttosto ambizioso: trovare la risposta alla Domanda Fondamentale sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto.
Pensiero Profondo lavora al problema per sette milioni e mezzo di anni. Alla fine annuncia di aver trovato la risposta. È 42.
Il risultato lascia tutti comprensibilmente perplessi. Dopo un’attesa così lunga ci si sarebbe aspettati qualcosa di più solenne, magari una formula capace di spiegare finalmente il senso dell’esistenza.
Pensiero Profondo, però, fa notare che il problema non è la risposta.
Il problema è che nessuno conosce davvero la domanda.
Per scoprirla servirà un computer ancora più potente: la Terra, costruita appositamente per completare il calcolo.
Purtroppo viene demolita dai Vogon cinque minuti prima di arrivare al risultato, per fare spazio a una superstrada galattica.
Non il finale migliore per l’umanità, ma un ottimo punto di partenza per parlare di dati.
Perché oggi le aziende possiedono sempre più risposte. I gestionali registrano ogni operazione, le dashboard aggiornano gli indicatori, la Business Intelligence collega fonti differenti e l’Intelligenza Artificiale può interrogare dati e documenti in pochi secondi.
Il vero problema, sempre più spesso, è capire cosa vogliamo chiedere.
Una dashboard piena di risposte.
Immaginiamo di aprire una dashboard e trovare il fatturato del mese. Il numero è corretto, aggiornato e magari accompagnato da una bella freccia verde. Ma per capire se sia davvero una buona notizia dobbiamo fare altre domande.
Rispetto a quale periodo? Con quale marginalità? Grazie a nuovi clienti o aumentando la dipendenza da quelli storici? Quali prodotti hanno contribuito alla crescita? Quanto hanno inciso gli sconti?
La risposta cambia in base a ciò che stiamo cercando.
Possiamo chiedere semplicemente: come stanno andando le vendite?
Oppure possiamo domandarci quali clienti abbiano ridotto gli acquisti negli ultimi tre mesi, su quali categorie e con quale impatto sul margine.
La prima domanda probabilmente produrrà una risposta generale. La seconda apre un’indagine e può portare a una decisione.
Un numero non diventa utile soltanto perché è stato calcolato correttamente.
È questa una delle lezioni più interessanti di Douglas Adams. Pensiero Profondo non ha commesso alcun errore: ha elaborato il problema e restituito la risposta esatta. Eppure quella risposta non serve a nessuno, perché nessuno sa cosa farsene.
Succede anche nelle aziende quando misuriamo un indicatore soltanto perché è disponibile, costruiamo un report perché è sempre esistito o riempiamo una dashboard di grafici senza chiarire quali decisioni dovrebbe aiutare a prendere.
A quel punto possiamo avere una quantità enorme di informazioni e restare comunque fermi.
Non perché ci manchino le risposte, ma perché non abbiamo ancora trovato la domanda capace di dare loro un significato.
Le domande migliori arrivano strada facendo.
Con l’Intelligenza Artificiale tutto questo diventa ancora più evidente.
Oggi possiamo scrivere una frase e ricevere rapidamente un’analisi ordinata, plausibile e spesso molto convincente. Possiamo riassumere documenti, confrontare periodi, individuare anomalie e costruire scenari.
È un cambiamento enorme, ma la velocità della risposta non migliora automaticamente la qualità della domanda.
Allo stesso tempo, sarebbe poco realistico pensare che la domanda giusta debba essere sempre chiara fin dall’inizio.
Spesso partiamo da una sensazione ancora confusa. Apriamo una dashboard, notiamo un dato inatteso, cambiamo prospettiva, approfondiamo un cliente e scopriamo che il problema è diverso da quello che avevamo immaginato.
Ogni risposta genera una domanda un po’ più precisa della precedente.
La Business Intelligence serve anche a questo: non soltanto a mostrare risultati, ma ad accompagnarci nell’esplorazione, fino a far emergere collegamenti che inizialmente non avevamo considerato.
Ed è anche la direzione nella quale stiamo costruendo Elly.
Rendere dati, dashboard e conoscenza aziendale più accessibili significa permettere alle persone di partire da una domanda semplice, osservare ciò che emerge e continuare ad approfondire. L’AI può accelerare questa ricerca, aiutandoci a formulare ipotesi e a raggiungere informazioni che prima richiedevano molti più passaggi.
Poi, però, resta alle persone il compito più importante: capire quale risposta può cambiare davvero una decisione.
Ed eccoci alla fine del nostro viaggio Fuori Dashboard.
Moneyball ci ha ricordato che i dati possono mettere in discussione ciò che diamo per scontato.
I Daft Punk ci hanno mostrato che la tecnologia amplifica davvero il valore quando incontra qualcosa di riconoscibilmente nostro.
Douglas Adams chiude il cerchio: possiamo avere dati, modelli e risposte sempre più potenti, ma dobbiamo ancora scegliere quali domande meritino il nostro tempo.
Quindi l’ultima domanda della trilogia non può che essere questa:
qual è la decisione per la quale la vostra azienda possiede già molti dati, ma non ha ancora trovato la domanda giusta?
Forse la risposta è già davanti a voi. Speriamo soltanto che non sia 42.
Keep in touch!


