1/3 Fuori Dashboard: Moneyball
I numeri non decidono, ma cambiano la partita perché permettono di vedere ciò che gli esperti non vedono più.
Inizia agosto e il tempo in qualche modo rallenta, e noi proviamo ad adeguarci portandovi in spazi e luoghi più leggeri e spensierati. Andremo nella letteratura, nella musica e nelle arti in generale, iniziando da un film meraviglioso e che per noi è quello più interessante legato alla Business Intelligence.
Siamo arrivati al numero 145 della newsletter Ellycode e abbiamo deciso di cambiare leggermente format: per tre settimane andremo Fuori Dashboard, cominciando dal cinema e da Moneyball, un film del 2011 che parla incidentalmente anche di baseball oltre che di decisioni data driven.
M a prima di entrare in campo, come sempre apriamo Spotify e recuperiamo un brano dalla nostra playlist Data Grooves:
🎵 “The Show” — Lenka (2008)
Nel film la canta la figlia di Billy Beane, interpretata da Kerris Dorsey. Una canzone leggera e delicata, quasi fuori posto in una storia fatta di sconfitte, statistiche e contratti. Proprio per questo funziona.
Se giochi con le stesse regole, vince chi ha più soldi.
Billy Beane è il general manager degli Oakland Athletics, una squadra con un problema abbastanza semplice da comprendere: deve competere con avversari che possono spendere molto di più.
I suoi giocatori migliori vengono acquistati dalle squadre più ricche e lui si ritrova a doverli sostituire con un budget che non gli permette di cercare altri campioni.
Se utilizza gli stessi criteri degli altri, perderà ancora prima di scendere in campo.
È qui che incontra Peter Brand, un giovane economista che osserva il baseball in modo diverso. Brand non cerca giocatori spettacolari, eleganti o particolarmente amati dagli osservatori.
Cerca quelli che, numeri alla mano, contribuiscono al risultato ma vengono valutati poco dal mercato.
Giocatori troppo vecchi, troppo strani, con un difetto evidente o semplicemente lontani dall’immagine che tutti hanno in mente quando pensano a un campione. Il criterio cambia. La domanda diventa molto più concreta: quanto spesso riescono ad arrivare in base?
A prima vista sembra una banale semplificazione, quando invece è un efficace cambio radicale di prospettiva.
Billy Beane smette di cercare versioni più economiche dei giocatori che non può acquistare e comincia a domandarsi quali capacità siano state sottovalutate da tutti gli altri.
Ed è qui che Moneyball si trasforma da film sul baseball per diventare una storia molto vicina a ciò che accade ogni giorno nelle nostre aziende.
Le convinzioni costano più dei dati.
Ogni organizzazione possiede delle convinzioni difficili da scalfire:
quel prodotto è il nostro fiore all’occhiello
quel cliente è troppo importante
quel commerciale è il migliore
quella campagna funziona
in agosto non si vende.
Sono frasi che spesso nascono dall’esperienza e che, a forza di essere ripetute, finiscono per diventare fatti. Almeno fino a quando qualcuno non decide di collegare dati che prima venivano osservati separatamente.
Prendiamo il prodotto che vende di più: se guardiamo soltanto il fatturato, potrebbe essere davvero il migliore. Se aggiungiamo gli sconti, i resi, i costi logistici e il tempo assorbito dall’assistenza, la classifica potrebbe cambiare completamente.
Non perché i numeri possiedano una verità superiore, ma perché ci obbligano a guardare anche ciò che le nostre abitudini hanno progressivamente escluso dal campo visivo.
È questo il contributo più interessante della Business Intelligence. Riunire informazioni che si trovano in sistemi, reparti e momenti diversi e permetterci di osservare lo stesso fenomeno da più prospettive.
Una dashboard può mostrare che il cliente più importante per fatturato è tra gli ultimi per marginalità. Può evidenziare che il commerciale meno appariscente costruisce relazioni più solide. Può scoprire valore proprio dove l’azienda aveva smesso di cercarlo. Esattamente come accade in Moneyball.
I numeri, però, non entrano in campo da soli.
La parte più interessante del film arriva quando Billy Beane prova a trasformare l’analisi in decisioni reali.
Individuare i giocatori sottovalutati non basta. Bisogna acquistarli, farli giocare e convincere un’intera organizzazione ad abbandonare criteri utilizzati per decenni.
Chi ha costruito la propria carriera osservando giocatori sul campo non accetta facilmente che un foglio di calcolo metta in discussione la sua esperienza. L’allenatore non cambia formazione soltanto perché i numeri suggeriscono di farlo. Le informazioni entrano in un’organizzazione fatta di persone, ruoli, abitudini e responsabilità.
Succede anche con la Business Intelligence.
Possiamo costruire la dashboard migliore, aggiornarla in tempo reale e renderla accessibile da qualsiasi dispositivo. Ma se ciò che mostra non cambia una decisione, abbiamo soltanto realizzato un modo più elegante per continuare a fare le stesse cose.
La morale più semplice di Moneyball sarebbe che i numeri battono l’esperienza. Sarebbe anche quella sbagliata.
Paul DePodesta, la persona reale alla quale si ispira il personaggio di Peter Brand, ha spiegato che i dati non servivano a sostituire gli osservatori, ma ad aggiungere informazioni e ridurre ulteriormente l’incertezza. L’obiettivo era ampliare ciò che l’organizzazione sapeva, non cancellarlo.
"If we weren't already doing it this way, is this the way we would start?"
Paul DePosta
I dati mettono alla prova l’esperienza. L’esperienza aiuta a interpretarli. Le decisioni nascono dall’incontro tra le due cose.
È anche la direzione nella quale stiamo costruendo Elly: rendere dati, dashboard, insight e conoscenza aziendale più accessibili alle persone che devono prendere decisioni, permettendo loro di fare domande e approfondire ciò che non torna.
Elly può aiutare a individuare il giocatore che nessuno sta guardando. Poi, però, qualcuno deve avere il coraggio di metterlo in campo.
Quindi la domanda che lasciamo questa settimana è semplice:
qual è una convinzione che nella vostra azienda considerate un fatto soltanto perché viene ripetuta da anni?
Forse agosto, con qualche riunione in meno, è il momento giusto per verificarla.
La prossima settimana lasceremo il campo da baseball ed entreremo in uno studio di registrazione. Ad aspettarci troveremo due robot che, per immaginare il futuro della musica, hanno deciso di chiamare alcuni esseri umani.
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