2/3 Fuori Dashboard: Daft Punk
Random Access Memories: il valore di ciò che rende un prodotto, un’azienda o un’idea riconoscibile.
Agosto continua e noi continuiamo a rallentare, almeno un po’. Dopo essere entrati in uno stadio di baseball, questa settimana cambiamo completamente atmosfera e ci spostiamo in uno studio di registrazione.
Siamo arrivati al numero 146 della newsletter Ellycode e al secondo appuntamento di Fuori Dashboard, il format estivo con cui, per tre settimane, cerchiamo dati, Business Intelligence e Intelligenza Artificiale nel cinema, nella musica e nella letteratura.
La scorsa settimana Moneyball ci ha ricordato che i dati possono mettere in discussione convinzioni considerate intoccabili, è possibile rileggerlo di seguito.
1/3 Fuori Dashboard: Moneyball
Inizia agosto e il tempo in qualche modo rallenta, e noi proviamo ad adeguarci portandovi in spazi e luoghi più leggeri e spensierati. Andremo nella letteratura, nella musica e nelle arti in generale, iniziando da un film meraviglioso e che per noi è quello più interessante legato alla Business Intelligence.
Questa volta incontriamo due robot che, per costruire uno degli album più importanti della loro carriera, hanno deciso di affidarsi agli esseri umani: parliamo dei Daft Punk e di Random Access Memories.
Ma prima di entrare in studio, come sempre apriamo Spotify e recuperiamo un brano dalla nostra playlist Data Grooves:
🎵 “Giorgio by Moroder” — Daft Punk (2013)
Nove minuti nei quali Giorgio Moroder racconta la propria storia mentre la musica attraversa epoche, strumenti e linguaggi diversi. Una canzone perfetta per capire cosa accade quando la tecnologia incontra la memoria, l’esperienza e una direzione precisa.
Quando i robot chiamano gli esseri umani.
Nel 2013 i Daft Punk erano già due icone della musica elettronica. Caschi robotici, sintetizzatori, campionamenti e una capacità unica di costruire intorno alla tecnologia un’identità immediatamente riconoscibile. Per il nuovo album avrebbero potuto utilizzare strumenti ancora più avanzati e spingere ulteriormente il loro suono verso il digitale.
Scelsero una strada diversa.
Chiamarono musicisti, produttori e interpreti provenienti da esperienze molto lontane tra loro: Nile Rodgers, Pharrell Williams, Giorgio Moroder e alcuni tra i migliori turnisti in circolazione. Registrarono strumenti reali, lavorarono per anni in studi diversi e dedicarono a ogni dettaglio una cura quasi artigianale.
Thomas Bangalter spiegò quella scelta con una frase molto semplice:
“We wanted to do what we used to do with machines and samplers, but with people.”
Volevano fare con le persone ciò che prima facevano con le macchine e i campionatori. Pitchfork raccontò così la produzione dell’album.
La tecnologia rimaneva presente, naturalmente. Soltanto che non era più chiamata a sostituire tutto il resto. Serviva a collegare competenze, sensibilità e storie differenti dentro un progetto con una direzione chiarissima.
Ed è proprio questo che rende Random Access Memories interessante ancora oggi.
Non è un disco costruito per dimostrare quanto fossero diventate brave le macchine. È un disco nel quale due robot utilizzano la tecnologia per far emergere meglio il contributo degli esseri umani.
Quando tutti possono usare gli stessi strumenti.
Tredici anni dopo, quella scelta ci porta direttamente all’Intelligenza Artificiale.
Oggi migliaia di aziende possono accedere agli stessi modelli. Possono generare testi e immagini, analizzare documenti, riassumere riunioni, interrogare dati e produrre idee in pochi secondi.
Si tratta di una grande opportunità, ma anche di un piccolo paradosso. Più questi strumenti diventano accessibili, meno il semplice fatto di utilizzarli può rappresentare un vantaggio.
Se tutti partono dallo stesso modello, utilizzano istruzioni simili e gli affidano lo stesso contesto generico, anche i risultati cominciano ad assomigliarsi. Lo vediamo già nei testi, nelle presentazioni, nelle immagini e nei siti: tutto corretto, ordinato, spesso anche gradevole. Eppure, dopo qualche minuto, diventa difficile ricordare chi abbia prodotto cosa.
Quando produrre diventa più facile, il valore si sposta su ciò che rende quella produzione riconoscibile.
Per i Daft Punk erano la cultura musicale, le collaborazioni scelte, l’attenzione quasi ossessiva per il suono e una visione che teneva insieme passato e futuro.
Per un’azienda sono i dati raccolti negli anni, il linguaggio utilizzato, la conoscenza del settore, le procedure, le decisioni già prese e l’esperienza delle persone che ci lavorano.
Tutto ciò che un modello generalista non può conoscere da solo.
La tecnologia amplifica ciò che le affidiamo.
In Giorgio by Moroder questo passaggio diventa particolarmente evidente.
I Daft Punk chiedono a Moroder di raccontare la propria vita: gli inizi nei locali, la scoperta del sintetizzatore, la ricerca di un suono che ancora non aveva un nome. Quell’esperienza personale viene registrata, selezionata e trasformata nella struttura stessa della canzone.
Una memoria che avrebbe potuto rimanere nella testa di chi l’aveva vissuta diventa la materia con cui costruire qualcosa di nuovo. Nelle aziende esiste un patrimonio molto simile.
Vive nei documenti, nei dati, nelle procedure e spesso nei ricordi delle persone: il commerciale che conosce la vera storia di un cliente, il tecnico che sa perché un processo viene gestito in un certo modo, l’imprenditore che riconosce un problema perché lo ha già affrontato molti anni prima.
Il punto è riuscire a rendere questa conoscenza accessibile quando serve.
Perché l’Intelligenza Artificiale non rende automaticamente un’azienda più riconoscibile. Amplifica ciò che l’azienda riesce a metterle a disposizione.
Se le affidiamo soltanto informazioni generiche, probabilmente otterremo risultati generici. Se invece può lavorare sui dati, sui documenti, sulle regole e sul linguaggio specifico dell’organizzazione, comincia a restituire qualcosa che appartiene davvero a quella realtà.
È anche la direzione nella quale stiamo costruendo Elly: far dialogare Business Intelligence, dati e conoscenza aziendale affinché le persone possano comprendere meglio ciò che accade, fare nuove domande e trasformare le informazioni in decisioni.
I Daft Punk non hanno rinunciato alla tecnologia per recuperare il fattore umano. Hanno utilizzato la tecnologia per farlo emergere ancora meglio.
Probabilmente è questa la sfida che attende anche le aziende: non chiedersi soltanto cosa possa fare l’AI, ma quale parte della propria storia, della propria competenza e del proprio modo di lavorare meriti di essere amplificata.
Quindi la domanda che lasciamo questa settimana è:
se domani tutti i vostri concorrenti utilizzassero gli stessi modelli di Intelligenza Artificiale, che cosa resterebbe riconoscibilmente vostro?
La prossima settimana, per l’ultimo appuntamento di Fuori Dashboard, lasceremo lo studio di registrazione e partiremo per lo spazio. Troveremo la risposta definitiva sulla vita, l’universo e tutto quanto.
Peccato che sia 42 e che nessuno ricordi più la domanda.
Keep in touch!



