Il patrimonio aziendale potenziato dall’AI
Le aziende accumulano dati, documenti ed esperienza. Ma quanto di questo patrimonio riescono davvero a utilizzare quando arriva il momento di decidere?
Siamo arrivati al numero 143 della newsletter Ellycode nel mezzo di una calda estate italiana, ma noi di certo non ci fermiamo 😃
In questi anni abbiamo parlato spesso di dati, Business Intelligence, conoscenza aziendale e intelligenza artificiale. Questa settimana proviamo a mettere insieme tutti questi elementi, partendo da una domanda: quanto vale davvero ciò che un’azienda ha imparato nel tempo?
Ci sono decisioni che sembrano nascere in pochi minuti, ma richiedono anni per essere prese, perché dietro un’intuizione convivono l’esperienza accumulata, la conoscenza del mercato, gli errori già commessi, le conversazioni avute, i numeri osservati e tanti piccoli segnali che non sempre riusciamo a spiegare.
La chiamiamo esperienza, a volte istinto. In realtà è semplice, fondamentale conoscenza che il tempo ha compresso.
Il problema è che questa conoscenza, molto spesso, rimane nella testa delle persone. Non entra nei sistemi aziendali, non viene collegata ai dati e non lascia traccia delle ipotesi dalle quali è partita.
Quando una decisione produce un buon risultato, sappiamo di aver scelto bene. Ma non sempre riusciamo a ricostruire il perché. Così le persone diventano più esperte, mentre l’organizzazione non necessariamente impara.
Ma come sempre, prima di andare avanti, come sempre apriamo Spotify e recuperiamo un brano dalla nostra playlist Data Grooves:
🎵 “Don’t Forget Who You Are” — Miles Kane
Un brano che sembra scritto apposta per il tema di questa settimana. Perché anche le aziende, mentre cambiano, crescono e adottano nuovi strumenti, rischiano di dimenticare chi sono: ciò che hanno imparato, le decisioni prese, gli errori commessi e quel patrimonio di conoscenza costruito nel tempo.
Avere più informazioni non basta.
Oggi nessuna azienda può dire di non produrre informazioni e conoscenza.
I dati sono nei gestionali, nelle cartelle documentali, nelle analisi e nelle dashboard. Senza dimenticare le conversazioni nelle e-mail e nelle chat. Così come i verbali delle riunioni o, più frequentemente, nella memoria di chi vi ha partecipato.
Il problema è che tutto questo patrimonio vive spesso in luoghi separati.
Un’azienda può accumulare una quantità enorme di dati e continuare ad andare avanti senza utilizzarli davvero (che spreco).
Può produrre decine di report senza riuscire a costruire una visione comune (ma perché?) e adottare strumenti di intelligenza artificiale e ottenere risposte rapidissime, ma scollegate dalla propria storia e dal proprio modo di lavorare.
Avere più informazioni, insomma, non significa automaticamente prendere decisioni migliori.
Per riuscirci bisogna collegare ciò che oggi rimane frammentato: i dati, i documenti, le analisi, i processi e l’esperienza delle persone.
È da questo incontro che nasce un vero patrimonio decisionale.
Quando l’esperienza diventa patrimonio.
Un patrimonio decisionale non è semplicemente un archivio più grande.
È la capacità dell’organizzazione di recuperare ciò che è già accaduto, rendere disponibili le informazioni corrette, comprendere le relazioni tra i fenomeni e ricostruire le ipotesi che hanno guidato le scelte precedenti.
L’esperienza continua a essere centrale. Semplicemente però smette di essere invisibile.
I dati possono verificare ciò che pensiamo di sapere. Le dashboard possono mostrarci cosa sta accadendo. I modelli possono aiutarci a osservare ciò che potrebbe accadere. I documenti e le basi di conoscenza possono restituire il contesto che un numero, da solo, non possiede.
L’intelligenza artificiale può collegare questi elementi, renderli interrogabili e accelerarne la comprensione. La differenza, però, non la fa la semplice presenza dell’AI. La fa il sistema nel quale viene inserita.
L’AI conosce solo ciò che le mettiamo a disposizione.
Possiamo utilizzare il modello più avanzato disponibile e continuare a ricevere risposte soltanto plausibili.
Se l’AI non conosce i dati dell’azienda, i suoi documenti, le sue regole e la sua storia, proverà comunque a rispondere. Lo farà utilizzando ciò che conosce del mondo, non necessariamente ciò che dovrebbe conoscere di noi.
È lo stesso tema che abbiamo affrontato parlando di Knowledge Base: la qualità di una risposta dipende anche dalla qualità e dalla profondità del contesto al quale l’intelligenza artificiale può accedere.
Ma c’è un passaggio ulteriore.
Non basta permettere all’AI di trovare un documento o leggere un dato. Bisogna fare in modo che possa mettere questi elementi in relazione.
Una decisione raramente nasce soltanto da una tabella, così come non nasce neppure soltanto da un documento, da una conversazione o da una risposta generata dall’intelligenza artificiale.
Nasce dall’incontro tra tutti questi elementi.
Quando lavora sui dati, sui documenti e sulle regole dell’organizzazione, l’AI può diventare una componente del processo decisionale. Non sostituisce il giudizio. Gli offre più elementi sui quali esercitarsi.
Un unico patrimonio aziendale.
Per questo pensare alla Business Intelligence, alla gestione documentale, alle basi di conoscenza e all’intelligenza artificiale come mondi separati ci sembra sempre meno utile.
Sono strumenti diversi, ma lavorano tutti sullo stesso patrimonio.
La Business Intelligence aiuta a leggere i fenomeni attraverso i dati. La Knowledge Base conserva e rende accessibili documenti e conoscenza. L’AI permette di interrogare questi contenuti e individuare collegamenti. Gli agenti possono trasformare ciò che abbiamo compreso in un’azione.
Insieme possono aiutare l’organizzazione a ricordare ciò che sa, comprendere ciò che sta accadendo e utilizzare entrambe le cose per decidere meglio.
È questa la direzione nella quale stiamo facendo evolvere Elly.
Un ambiente nel quale dati, analisi, documenti e conoscenza aziendale possano dialogare. Uno spazio nel quale osservare ciò che sta accadendo, recuperare ciò che l’organizzazione ha imparato e costruire una comprensione più completa prima di agire.
Perché ogni azienda possiede già un patrimonio enorme.
La vera sfida è evitare che rimanga disperso tra persone, strumenti e archivi diversi. E fare in modo che ogni decisione non sia soltanto una risposta al presente, ma diventi conoscenza disponibile per quella successiva.
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